18 Novembre 2006
Il Web 2.0 non esiste
Recentemente si fa un gran parlare di Web 2.0. Se ne è parlato anche nel corso dell’Adobe Developer Day del 16 novembre. Che cosa si intende per Web 2.0? Probabilmente si intende l’insieme delle nuove tecnologie che rivoluzioneranno il modo di fare web a breve. Ma a ben guardare, queste tecnologie non sono poi così nuove.
AJAX, acronimo di Asynchronous JavaScript and XML è venuto alla ribalta negli ultimi tempi ma ricordo di averlo utilizzato, in un esercizio di stile, più di sei anni fa. All’epoca si basava su una DLL che funzionava esclusivamente su Explorer/Win. Il principio era ed è rimasto molto semplice: utilizzare un oggetto JavaScript (XMLHttpRequest) che permette di inoltrare request HTTP e di ricevere e manipolare la response senza ricaricare la pagina. Nel frattempo le tecnologie sono diventate standard e sulla scia dell’entusiasmo sono nate librerie JavaScript che permettono di aggiungere “effetti speciali” in una pagina web. Ma questo era possibile anche prima che XMLHttpRequest diventasse uno standard W3C. La standardizzazione ha dato la spinta al primo pezzo del domino.
XML e i WebServices hanno dato vita al concetto di Service-Oriented Architecture (SOA) vale a dire al concetto che una applicazione possa essere scomposta e distribuita in componenti che espongono servizi richiamabili via web e che dialogano secondo un linguaggio standard (XML) veicolato da un protocollo altrettanto standard (SOAP). Anche questo concetto non è così nuovo, considerato che la prima nota del W3C relativa a SOAP 1.1 risale al maggio del 2000.
Cosa c’è dunque di nuovo che fa parlare di versione 2.0 del web? C’è forse l’essersi resi conto che abbiamo le tecnologie per trasformare il web nella piattaforma applicativa del futuro. Siamo però sicuri che il web debba diventare la piattaforma applicativa di riferimento dei prossimi anni? In fondo è nato per la diffusione e la consultazione di contenuti statici. HTML è uno standard che fa perfettamente il suo dovere in questo senso.
Scrivere applicazioni è una cosa diversa. Da un certo punto di vista, AJAX non migliora le cose. Una applicazione può essere pensata come una macchina a stati. Nelle applicazioni web tradizionali gli stati sono rappresentati dalle varie pagine. Utilizzando AJAX è teoricamente possibile fare tutto in una sola pagina. I vari stati di una applicazione possono essere nascosti nel codice sorgente. Adobe Flex è, invece, una tecnologia nata per scrivere applicazioni web basandosi sul concetto di stato e di transizione da uno stato all’altro. L’architettura di Flex è simile a quella di Java: un compilatore produce un bytecode che gira su una macchina virtuale. Nel caso di Flex la macchina virtuale è il Flash Player.
Probabilmente non è tanto il web quanto il protocollo HTTP sui cui il web ha fondato le sue basi a permettere di parlare di rivoluzione. Sun, anticipando non poco i tempi, coniò già nel lontano 1984 il motto “The Network is the Computer”, sottointendendo che il futuro sarebbe stato rappresentato dalle applicazioni distribuite in rete.
Adobe ha una sua visione in tal senso e questa visione prende il nome di Progetto Apollo. Apollo è un runtime che consentirà di far girare applicazioni scritte in Flex indipendentemente dalla piattaforma e al di fuori del browser. Il futuro delle applicazioni, secondo la visione Adobe, è un ritorno al desktop e alla possibilità di lavorare off-line.
Cosa ci aspetta dunque in futuro? Probabilmente il web come lo intendiamo oggi continuerà ad essere utilizzato per la diffusione di contenuti fruibili mediante browser mentre le cosiddette “applicazioni web” popoleranno i nostri desktop al di fuori dei web browser.
Per approfodimenti:
Pubblicato in Generale, Web 2.0



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Febbraio 23rd, 2007 at 8:25
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